A PROPOSITO DI...

LA "CURA" PROGETTO UOMO

La cura per il Centro La Tenda si basa ...

... molto semplicemente, sulla proposta di porre la persona umana al centro della storia, come protagonista affrancato da ogni schiavitù, tesa al rinnovamento interiore, alla ricerca del bene, della libertà e della giustizia.

Questa impostazione, che ha radici nel messaggio evangelico, coincide con la conferma a credere in ciascuna creatura umana, indipendentemente dalle sue qualità, cultura, livello sociale, potere economico e naturalmente età, sesso, etnia.

LA FILOSOFIA

Siamo qui

perché non c'è alcun rifugio

dove nasconderci da noi stessi.

Fino a quando

una persona non confronta se stessa

negli occhi e nei cuori degli altri, scappa.

Fino a quando

non permette loro di condividere i suoi segreti,

non ha scampo da essi.

Timorosa di essere conosciuta,

non può conoscere se stessa

né gli altri: sarà sola.

Dove altro se non nei nostri punti comuni

possiamo trovare un tale specchio?

Qui, insieme,

una persona può, alla fine,

manifestarsi chiaramente a se stessa,

non come il gigante dei suoi sogni

né il nano delle sue paure,

ma come un uomo parte di un tutto

con il suo contributo da offrire.

In questo terreno noi possiamo mettere radici

e crescere, non più soli, come nella morte,

ma vivi a noi stessi e agli altri.

Come propone "Progetto Uomo", non è dunque una terapia né un metodo ma la valorizzazione della propria identità rispettando nello stesso tempo quella degli altri.

- È la proposta di una pedagogia delle differenze intesa come opposto dell'indifferenza, che invita ad assumere la diversità dell'altro come valore, fonte di arricchimento reciproco. È l'accettazione umile dei propri limiti ma con la volontà di abbracciare i compagni di strada e camminare nella libertà, un itinerario che spinge alla ricerca e alla conoscenza di Dio attraverso l'uomo. E, mentre impone un aiuto immediato, stimola a guardare lontano, per contribuire a cambiare la società.

La convinzione del Centro La Tenda è che la Comunità Terapeutica avrà lunga vita se il modello riuscirà a esprimere modalità sempre nuove di convivenza, capaci di affrontare anche altre forme di sofferenza e di emarginazione. Anche nel terzo millennio, infatti, la comunità terapeutica rimane un'impresa di grande respiro, perché nei suoi termini essenziali può essere proposta in ambienti di lavoro, nella famiglia, nelle scuole, negli ospedali, negli istituti di pena, ecc.

 
 

A PROPOSITO DI...

"FRA CINQUANT'ANNI MI CAPIRANNO"

Don Lorenzo Milani

 

Il profetico insegnamento di Don Lorenzo Milani, il prete maestro di Barbiana, a 50 anni dalla sua scomparsa.

Lorenzo Milani nasce, secondo di tre fratelli, a Firenze nel 1923 da Albano Milani Compretti e Alice Weiss, triestina. La famiglia è colta, facoltosa e agnostica, ma i figli Milani vengono battezzati quando si profila il rischio delle leggi razziali, dato che la mamma è di origine ebraica.

Nel 1930 la famiglia si trasferisce a Milano dove Lorenzo completa gli studi fino alla maturità classica. Dopo, rifiuta di iscriversi all'Università e manifesta il desiderio di frequentare l'Accademia delle belle arti, cosa che il padre qualifica, come una "bambinata". Però non lo ostacola forse nella convinzione che sia una passione transitoria.

MISTERO DELLA FEDE E INDIGESTIONE DI CRISTO

È il 1941, Lorenzo sta studiando pittura e progetta di affrescare una cappella nella tenuta di famiglia a Monterspertoli. La sta esplorando quando, a un certo punto, scrive una lettera all'amico d'infanzia Oreste Del Buono: "Ho letto la Messa. Sai che è più interessante dei Sei personaggi in cerca d'autore?".

In effetti, dell'innesco della fede del futuro don Milani non esistono racconti di eclatanti folgorazioni: c'è solo la testimonianza di un colloquio con don Bensi.Il padre spirituale ricorda il giovane Lorenzo, nel giugno 1943, che, per non interrompere un dialogo avviato, lo accompagna a celebrare il funerale di un giovane sacerdote e in quell'occasione promette:"Io prenderò il suo posto". Comincia lì quella che don Raffaele Bensi chiama "l'indigestione di Cristo", lo studio matto e disperatissimo in cui Lorenzo si immerge per recuperare le conoscenze mancanti.

GLI ANNI DEL SEMINARIO

L'ingresso in seminario, nel 1943, segue di poco la conversione. Pur essendo molto ligio alle regole, anche lì Lorenzo si rivela uno studente impegnativo che non dà pace a docenti e superiori: fa domande complicate e scomode, obbedisce sempre ma non rinuncia mai ad esercitare il senso critico e non si accontenta di risposte che non siano anche profonde.

Per la famiglia la scelta di Lorenzo è un mistero: non la comprendono ma la rispettano perché capiscono che questa volta non è una bambinata. È anzi, nella sua radicalità, una scelta adulta e matura che nel modo esprimersi già manifesta, in nuce, la fedeltà scabra all'essenza del Vangelo, che sarà la cifra del sacerdote don Milani: d'una coerenza e di una franchezza destinate a rivelarsi scomode per molti.

Il 13 luglio 1947 Lorenzo Milani diventa don Milani e celebra la prima Messa San Michelino.

SAN DONATO E LA SCUOLA POPOLARE

Dopo pochi mesi a Montespertoli, cappellano di don Bonanni, la prima "vera" destinazione del sacerdote don Milani è San Donato a Calenzano, un comune operaio in provincia di Firenze, a larghissima maggioranza comunista, dove viene mandato come cappellano dell'anziano don Pugi. È in quel contesto che nasce la scuola popolare: don Milani la fonda laica, perché nessuno se ne senta escluso a priori: capisce al volo che dal punto di vista pastorale costringere i giovani a scegliere tra il padre comunista e la scuola, sarebbe il modo di perderli senza neanche provare ad avvicinarli.

Sono gli anni delle grandi lacerazioni politiche attorno alle elezioni del 1948, della scomunica ai comunisti. Don Milani fa campagna elettorale per la Democrazia cristiana, anche se invita a tener conto nelle preferenze dei più attenti alla causa dei poveri. Ma, a contatto con la povertà e con lo sfruttamento, comincia a percepire nell'anima lo scarto tra le opportunità in cui è cresciuto e la miseria materiale e intellettuale in cui versa il popolo che gli è stato affidato  e a maturare una profonda coscienza sociale. Fa scuola perché capisce che chi non ha la cultura minima per leggere un giornale o un contratto di lavoro non è in grado di difendersi dallo sfruttamento né di elaborare un pensiero critico. Sono anche gli anni delle prime prese di posizioni pubbliche come la lettera aperta "Franco, perdonaci tutti, comunisti, industriali, preti". Pubblicata su Adesso il quindicinale fondato da don Primo Mazzolari, con cui scambia alcune lettere: parole essenziali e molto dirette che mettono a nudo - senza perifrasi - le contraddizioni di una Chiesa non sempre schierata con i poveri nei gesti quanto vorrebbe esserlo predicando.

L'ESILIO SUL MONTE DEI GIOVI

ll Concilio Vaticano II è lontano. La voce del giovane cappellano Milani tuona con una franchezza sconosciuta ai toni felpati della curia del tempo e il suo dialogo "con i lontani", come si diceva allora, viene percepito come troppo aperto.

Pesano i simboli: la scuola laica che non esclude e il funerale di un giovane operaio, durante il quale in chiesa sono apparse bandiere rosse. Dalle lettere si capirà che don Milani non le condivideva e non le avrebbe volute, ma che in quella circostanza non osò buttarle fuori perché in quel contesto avrebbe significato perdere tutte in blocco le pecorelle che stava faticosamente cercando di riportare all'ovile, distruggere con un gesto tutto il lavoro fatto per sminare il clima di reciproca diffidenza tra il suo popolo e la sua Chiesa.  Ma sapeva anche che all'esterno avrebbero frainteso e ne soffriva.

Quando il 12 settembre del 1954 muore il parroco di San Donato don Pugi non accade quello che le pecorelle di San Donato si attendono e cioè che don Milani venga confermato parroco al suo posto. Gli assegnano, invece, un'altra parrocchia, ma non è una delle tante. È Sant'Andrea di Barbiana, una pieve isolatissima sul monte dei Giovi in Mugello.

Barbiana non è un paesello: è una chiesetta, una povera canonica, qualche cipresso e un piccolo cimitero, sul cocuzzolo di una montagna a cinquecento metri d'altitudine. Quaranta anime sparse per le case lontane. La parrocchia già destinata alla chiusura resta aperta per don Milani.

LA SCUOLA DI BARBIANA

Quando don Lorenzo Milani ci arriva ha 31 anni. Quello che trova è un popolo di pastori e contadini che pascola pecore e faticosamente strappa, al bosco che tutto mangia, una terra avara di frutti da dividere a metà col padrone in regime di mezzadria. Anche il parroco ha due poderi e don Milani decide subito che non chiederà ai due mezzadri che lo coltivano la metà del raccolto che gli spetterebbe.

E capisce subito che i figli di quel popolo sparso, se il pomeriggio vanno nei campi o a badar pecore, son destinati a uscire prematuramente dalla scuola di Stato senza saper né leggere né scrivere, defraudati, se non nella forma nella sostanza, del loro diritto all'istruzione e dei loro diritti successivi: scartati già da piccoli, come direbbe oggi papa Francesco, costretti a delegare in tutto, incapaci di aver voce in capitolo come persone, come cittadini, come cristiani.

La scuola di Barbiana è aderente alla vita e a tempo pienissimo: tutto è occasione di apprendimento, la fanno da padrone le parole in tante lingue, grimaldello per capire il mondo e il Vangelo.

IL CASO "ESPERIENZE PASTORALI"

Sono gli anni in cui maturano gli scritti di don Milani, Esperienze pastorali esce nel 1958, ha l'imprimatur, ma fa rumore: non è un trattato di scienze pastorali, è la sintesi dell'esperienza vissuta da don Milani. Una riflessione sociologica, razionale e senza eufemismi - statistiche alla mano - sulle condizioni delle comunità a lui affidate, sul ruolo del parroco in contesti di povertà materiale e intellettuale.

In quelle pagine don Milani prende le distanze dalle forme di intrattenimento in uso negli oratori e nelle parrocchie, indicando lo studio e non lo svago come strada maestra dell'apostolato. Lo fa con un modo di esprimersi diretto, insolito tra i sacerdoti, che risulta urticante a molti e in primis alla Curia fiorentina dell'epoca. Il libro viene ritirato, pochi mesi dopo, dal Sant'Uffizio (per ragioni di opportunità, ma non con un decreto che ne metta in questione l'ortodossia).

L'OBBEDIENZA NON E' PIU' UNA VIRTU'

Al di fuori della Chiesa, più che Esperienze pastorali, è - nel 1965 - la Lettera ai Cappellani militari a porre don Milani al centro del dibattito pubblico: è il testo noto come L'obbedienza non è più una virtù. Si tratta di una risposta a una presa di posizione pubblica di alcuni Cappellani militari che tacciano di "viltà" gli obiettori di coscienza.

Don Milani e i suoi ragazzi, che sulla porta della loro scuola hanno il motto "I care", "mi importa", "mi faccio carico", e che stanno riflettendo insieme sul primato della coscienza, sulla necessità dell'assunzione della responsabilità del singolo nella società, rispondono con la lettera aperta che sortisce grande clamore: pongono - con rigore logico - il problema morale del cristiano davanti alle armi e alla guerra e, in particolare, all'ordine di sparare sui civili inermi.

L'obiezione di coscienza e il pacifismo non sono ancora un fatto acquisito per la Chiesa e nemmeno lo Stato ha ancora accettato come legale l'obiezione di coscienza al servizio militare: chi si sottrae alla leva obbligatoria finisce in carcere. A complicare a don Milani le cose con la Chiesa c'è il fatto che la lettera, spedita a tutti i giornali anche cattolici, viene pubblicata soltanto da Rinascita. Ma non tutti nel mondo cattolico hanno chiaro che non è stata una scelta del priore pubblicare su un giornale comunista. A complicargliele con lo Stato c'è la legge: Don Milani e Luca Pavolini, direttore di Rinascita, subiscono insieme un processo per istigazione a delinquere. Mentre il dibattito sull'obiezione di coscienza esplode e divide.

Don Milani al processo non partecipa, non nomina un avvocato ma si lascia difendere dall'avvocato d'ufficio Alfonso Gatti. E' già molto malato, un linfoma di Hodgkin gli ha già decretato vita breve, si difende al processo con una memoria difensiva: nota come Lettera ai giudici. Il primo grado si conclude con l'assoluzione di entrambi.

LETTERA A UNA PROFESSORESSA

Un altro episodio, la bocciatura di due ragazzi di Barbiana all'esame d'ammissione alle scuole magistrali, innesca l'ultimo scritto: Lettera a una professoressa, una spietata, provocatoria, disamina sulla scuola pubblica dell'obbligo di quegli anni, incapace di colmare, secondo Costituzione, gli svantaggi iniziali di chi nasce in una casa povera di cultura e di denari.

Possibile, si chiede don Milani, che il Padreterno faccia nascere gli asini e gli svogliati solo nelle case dei poveri? La lettera è scritta con l'innovativo metodo della scrittura collettiva insieme ai ragazzi e va alle stampe, con una corsa contro il tempo, nell'aprile del 1967: don Milani è alle ultime settimane di vita, continua a soffrire anche per l'incomprensione della Chiesa, che il suo vescovo non smette di manifestargli.

Il testo di Lettera a una professoressa avrà vita propria dopo la morte del Priore: molto citato, poco letto, il più delle volte misconosciuto, diverrà nei mesi successivi icona della contestazione studentesca. Accanto agli entusiasmi non mancano strumentalizzazioni e fraintendimenti che, insieme ad altri successivi, spiegano l'accusa postuma a don Milani, ripetutamente tacciato, fino all'oggi, di essere stato - tramite la Lettera avulsa dal suo contesto - l'ispiratore dei guasti (veri o presunti) dell'istruzione contemporanea.

IL TESTAMENTO

Don Lorenzo Milani muore a 44 anni il 26 giugno del 1967 in via Masaccio a casa della madre dove ha trascorso gli ultimi mesi di vita, senza ricevere l'abbraccio del suo vescovo Ermenegildo Florit che non ha mai compreso l'urgenza evangelica sottesa ai suoi comportamenti.

Nel 2014 Papa Francesco rimuove il provvedimento emesso nel 1958 dal Sant'uffizio su Esperienze pastorali. Il 20 giugno 2017 Francesco è il primo papa della storia a pregare a Barbiana sulla tomba di don Lorenzo Milani e nelle parole pronunciate quel giorno accoglie, definitivamente, come "un bravo prete da cui prendere esempio", il Priore di Barbiana nell'alveo della Chiesa. Ora possiamo dire che don Milani aveva ragione, quando diceva: "Fra cinquant'anni mi capiranno". E' andata così, alla lettera.

 
 

A PROPOSITO DI...

CURE E SCIAMANI

Un numero crescente di persone che in altri tempi ...

 

... si sarebbero rivolte alla guida di sciamani e sacerdoti oggi si rivolgono a psicoanalisti, psicoterapeuti, counselor, coach, mediatori familiari e altre figure, con una richiesta di aiuto inquadrabile come care, e non come cure.

La richiesta di cura è di regola motivata da un disagio, ma la risposta, se è care, non ha nulla a che vedere con l'approccio medico di diagnosi e trattamento a base di procedure empiricamente supportate. Si tratta invece di un tipo di cura in cui il significato del disagio (inclusi eventuali sintomi fisici o mentali) è cercato nel contesto esistenziale e nella storia del soggetto, e il trattamento è una risposta ai bisogni basilari di accoglimento, ascolto, confronto, dialogo, consapevolezza, maturazione per come si manifestano nel processo che si sviluppa nella relazione di cura, sempre unica e imprevedibile.

La divisione tra i due tipi di cura si riflette esattamente nella spaccatura che negli ultimi decenni si è fatta sempre più profonda in campo psicoterapeutico, tra i professionisti della cure, spesso detti empirici, e quelli della care, spesso detti ermeneutici. Tra i due schieramenti l'ostilità e l'incomprensione sono profonde, con una delegittimazione reciproca diffusa. Questo stato di cose può essere ricondotto all'errore di usare una sola parola, "psicoterapia", per due pratiche essenzialmente diverse.

Dovrebbe essere chiaro che la "psicoterapia" cui si riferisce la legge 56/89 è solo una delle due pratiche, precisamente quella che in inglese si chiama cure. Infatti, per l'esercizio della care una laurea in medicina o psicologia non è logicamente richiesta come preparazione di base, potendo essere non meno indicati, e forse anche più utili, altri percorsi formativi ed esistenziali, ferma restando la necessità di una formazione specifica alla care (scuole di psicoterapia, psicoanalisi, counseling, ecc).