A PROPOSITO DI...

CANNABIS

di Mario Scannapieco

Liberalizzazione si, liberalizzazione no

La droga illegale oggi più usata nel mondo è la cannabis.

Di fronte a un fenomeno "di massa", come quello della cannabis, tra i giovani (e meno giovani) si ripropone, ciclicamente, la questione di un’eventuale legalizzazione delle droghe leggere. 

Occorre innanzitutto precisare che il dibattito riguarda le ipotesi di legalizzazione e non di liberalizzazione. La cannabis non verrebbe cioè inserita in una mera logica di mercato come avviene oggi per tabacco e alcol, ma confinata in circuiti a forte regolamentazione e limitazione rispetto alla vendita, l'acquisto e il consumo. Il modello di riferimento è rappresentato dai coffee-shop olandesi, gli unici locali dei Paesi Bassi dove è possibile acquistare e consumare hashish e marijuana, non oltre certe quantità e non da parte di minorenni.

Se per un verso la legalizzazione "sdrammatizza" l'uso sottraendolo ai comportamenti illegali e demitizzando il fascino della trasgressione, per altro verso non riesce a rivelarsi una misura risolutiva nello stroncare il mercato nero delle stesse sostanze che continua a proporsi nelle strade.

Riportare i comportamenti d'uso della cannabis nella legalità risponde all'obiettivo di "normalizzare" il consumo, togliendolo dall'ambito del proibito e dell'illecito penale per ricondurlo tra i comportamenti ascrivibili alla libera scelta dell'individuo, pur rischiosi e di potenziale danno alla salute (propria e altrui) come già avviene per l'uso di alcol e tabacco.

 Perché legalizzare

Le obiezioni principali sono note e non trascurabili: un prevedibile aumento del consumo a seguito del venire meno del divieto; il fatto che la misura della legalizzazione, là dove è stata applicata, non si è rivelata sufficiente a stroncare il mercato illegale parallelo, pur avendolo ridotto. Una posizione realistica, che tenesse conto della specificità del clima politico italiano, ha fatto optare per la non punibilità e la piena depenalizzazione del consumo personale.

Perché non  legalizzare

Depenalizzazione ed eventuale legalizzazione non sottovalutano affatto la problematica correlata all'uso e in particolare all'abuso.

È noto come il consumo di cannabis, in una minoranza di situazioni, possa rivelarsi come problematico e connotarsi come dipendenza. La letteratura sottolinea il pericolo della cosiddetta "sindrome amotivazionale" che tende a innestarsi sul consumo problematico, comportando un progressivo disinvestimento dalle attività (scuola, ricerca, lavoro, tempo libero) e dalle relazioni (ci si rinchiude solo nelle compagnie che "fumano", autoescludendosi da altri circuiti di socialità) e un contemporaneo ritiro nell'immaginario personale.

La questione rimane, dunque, aperta. Ma forse è mal posta. La soluzione non sta infatti nello schierarsi semplicisticamente tra  "liberalizzatori" e "proibizionisti". Ma chiama in causa la capacità degli Educatori (famiglia, scuola, associazioni, mass media) di convergere su una proposta orientata  credibilmente verso un atteggiamento di responsabilità sociale che motivi ad un cambiamento culturale.

L'autonomia di una persona come di una collettività non può prescindere, infatti dal  concetto di "responsabilità sociale".

Esso può essere inteso in un duplice senso: da un lato non deve essere interpretato come un "sentirsi bene", come stato fisiologico, ma "vivere bene  in interazione". Dall'altro, sottolineando ancor di più il termine "responsabilità", richiama uno stile di vita nel quale il concetto di salute ha come riferimento il rispetto degli altri. Fumare davanti ad altre persone, guidare in uno stato di ebbrezza  sono comportamenti che, oltre a costituire un rischio individuale, sono da considerarsi pericolosi anche  per coloro che ci stanno vicini.

Il nesso tra autonomia  individuale e comunità sociale  è un legame che va evidenziato e rafforzato nella nostra società.

In questo modo non solo è possibile parlare di soggetto che viene analizzato dal punto di vista  globale ma anche di uno stile di vita globale che trova negli altri  un riferimento costante.

Pertanto ogni "politica" formativa dovrebbe essere caratterizzata più incisivamente da un atteggiamento di promozione piuttosto che di difensiva protezione di un benessere individuale e dovrebbe avere nella responsabilità verso gli altri un saldo ancoraggio teorico e pratico.

La  preoccupazione  dovrebbe essere  rivolta   alle condizioni socio-ambientali e familiari in cui oggi i ragazzi si formano e si educano. 

L'educazione all'autonomia, così come una credibile politica di contrasto alle droghe dovrebbe avere nella promozione della  persona e nella  responsabilità verso gli altri i veri obiettivi.

 

 
 

A PROPOSITO DI...

DROGA E CONSUMO, CONSUMO PROBLEMATICO, ABUSO E DIPENDENZE

 

Quella a cui ci troviamo di fronte sempre più spesso è una forma relativamente nuova di consumo problematico e di abuso che riguardano più sostanze, legali e illegali.

L'area di confine tra questi termini individua la tipologia di consumatori da noi definiti compatibili: compatibili sostanzialmente con una vita sufficientemente integrata ma che rischiano continuamente di scivolare nella dipendenza e di produrre danni a se stessi o ad altri (in famiglia soprattutto e soprattutto se hanno già dei figli) precipitando in una crisi "maggiore".

È questo il tipo di utenza con cui dovremmo lavorare oggi chiedendoci prima di tutto come intercettarli sapendo che l'attuale sistema pubblico e privato, che pure è capillare in termini di presenza sul territorio, va ritarato, per raggiungere questo obiettivo, nella sua articolazione e nelle sue modalità di lavoro. Come è accaduto venti anni fa nell'area “riduzione del danno”, dove gli operatori uscirono dai loro ambulatori per andare incontro alla persone, si dovrà costruire un sistema che riesca a individuare i luoghi che vedono transitare i consumatori problematici per incontrarli e per aiutarli a chiedere aiuto.

Come accade in Italia, a volte, nelle prefetture o nel carcere ma come potrebbe accadere sempre più spesso, forse, a livello dei medici di base che interloquiscono con molti di questi soggetti, dei servizi di pronto soccorso ospedaliero che intercettano le crisi d'abuso e dei centralini telefonici che intercettano ancor prima della domanda del consumatore quelle dei suoi familiari. Quello di cui dobbiamo renderci conto, però, è che riformulare l'approccio non è sufficiente: quelli che bisogna riformare profondamente sono anche i servizi del sistema stesso.

Dobbiamo renderci conto, prima di tutto, che le nuove forme di abuso sono inserite in una modificazione sostanziale del concetto di tempo sia rispetto alla progettualità di vita che allo sviluppo di aree problematiche. Inserito nell'arco di una giornata tipo, l'uso problematico di droghe non stravolge più la vita delle persone ma si configura, spesso, come una forma particolare di "patologia del suo tempo libero".

Questo significa in effetti "compatibilità" ma la conseguenza più importante, dal punto di vista delle strategie terapeutiche, è il fatto che anch'esse devono essere "compatibili" con la vita della persona. In buona sostanza, nello stesso periodo di tempo si devono fare più cose rispetto al passato e, quindi, anche il tempo stesso della cura, perché sia appetibile, deve coesistere con il tempo del lavoro, con il tempo dello studio, con il tempo della socialità.

Il che vuol dire che molti dei nostri tradizionali sistemi di cura vanno rivisti e modificati.

 
 

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GIOCO E DIPENDENZA

 

Smettere di scommettere. E' questa una delle tante sfide all'interno dell'ampio ventaglio delle nuove dipendenze. Parliamo della cosiddetta ludopatìa , in continuo aumento in Italia. La patologia della dipendenza da gioco,  che colpisce le categorie più disparate, dal ragazzino che arriva a derubare i  propri familiari all'adulto che sottrae danaro in ufficio o all'anziana signora che ha mandato in fumo la sua attività per inseguire la manìa dell'azzardo.  Alcuni ce la fanno a risalire la china, a sfuggire all'ossessione di quel pensiero onnipresente e così simile a quello della droga.

 Ippica, slot-machine, carte, numeri al lotto, gratta e vinci.  Donne (in maggioranza!) e uomini che ogni anno di più  si rivolgono al servizio dell'Asl denominato Serd. Ma la battaglia è davvero difficile, dal momento che ogni scommessa può essere fatta da casa, comodamente connessi alla rete, e dunque risulta del tutto vano chiudere fisicamente i luoghi deputati al gioco, sigillare le macchine seduttrici cercando di annullare la grande tentazione.

C'è un grande lavoro da svolgere, ed è quello delle famiglie e degli psicologi, dei medici analisti e dei gruppi di autoaiuto. L'unico modo di provare a scardinare la perversa dinamica del desiderio, per disinnescare il circolo vizioso che va dalla vincita, alla perdita, alla smodata voglia di rifarsi. Anche a costo di diventare una persona diversa, di abbandonare la famiglia, gli amici, le responsabilità della propria vita "sana".

E'un'identità, quella del giocatore, che si impadronisce piano della persona fino a farle sentire di essere in quel ruolo per sempre, anche dopo anni di positiva astinenza. E molti ci ricadono, purtroppo.

Quali, in sintesi, le motivazioni? Il gioco è, ovviamente, una forma di compensazione. Ed è altrettanto ovvio che per uscirne è necessario trovare un'alternativa alla scommessa, all'adrenalina che essa scatena.

E' necessario dunque affrontare il problema, meglio se insieme ad altri che lo condividono, per capire e conoscersi, fino a cominciare a ricucire la propria vita, accettando anche i rischi di ricaduta, senza arrendersi, fino a vincere sul serio.

 
 

A PROPOSITO DI...

COMPUTER, COMPUTER, COMPUTER!

di Mario Scannapieco

Già nella ricerca "Cosa bolle in pentola?", realizzata dal nostro Centro studi nel 2006 per indagare i bisogni dei nostri adolescenti, i giovani denunciavano  l'assenza di luoghi specificamente dedicati a loro, o meglio di luoghi veramente rispondenti ai loro reali bisogni, alle loro specificità di "giovani". Al tempo stesso la ricerca evidenziava, tra gli altri,  alcuni  aspetti, particolarmente interessanti:

1.L'elevato numero di quanti trascorrono   il tempo sempre a confidarsi con gli amici e la significativa presenza di un bisogno  non marginale  di relazionalità, di un bisogno di parlare di sé, molto spesso, però, affidato al  PC e non ad un rapporto diretto.

2.L'esigenza di luoghi specificamente dedicati a loro, ovvero  la scarsa rispondenza dei luoghi pur frequentati comunemente, ai loro reali bisogni, alle loro specificità di "giovani".

3.Il fatto che solo "qualche volta" la maggioranza dei ragazzi andassero al cinema e che si spiega presumibilmente con la pratica sempre più diffusa di guardare i film, in DVD,  a casa.

A distanza di 10 anni, non si può dire che la situazione sia cambiata e se al  Personal Computer   viene ancora  riconosciuta la caratteristica di strumento privilegiato (se non indispensabile) per  mediare il rapporto personale e sensoriale con il prossimo, non si può non ammettere che siamo di fronte ad un pericolo. Il rischio cioè   che la comunicazione virtuale  sia fine a se stessa, alimentando   un bisogno che vira, sempre più pericolosamente, verso una risposta "virtuale", al riparo dal "rischio" di un  reale  rapporto di prossimità/intimità con l'altro.

Di fatto, piaccia o meno, siamo di fronte   ad una nuova era della comunicazione da cui non può prescindere chiunque voglia realmente sintonizzarsi con il linguaggio  del nostro   tempo. Anche per questo, utilizzare il nuovo alfabeto in cui si declina il modo di comunicare  è quasi un dovere, una necessità. 

Peraltro  il PC, così come la rete,  è solo uno strumento e tutto dipende dall'uso che se ne fa.

Nel frattempo, la comunità scientifica ha dato anche dei nomi a tali disordini del comportamento e ci si comincia a occupare di questi "dipendenti" compulsivi più o meno come per i giocatori d'azzardo e le altre vittime di vecchie e nuove dipendenze. Ma senza farci distogliere da situazioni estreme, limitiamoci a qualche considerazione relativamente all'uso eccessivo che si fa di questi strumenti, in via ordinaria e diciamo subito che  alla base di una buona educazione ai nuovi media c'è la sobrietà.

Bisogna far capire ai giovani che ci sono possibili alternative per il tempo libero, a cominciare dallo sport, dal frequentare di persona gli amici, dal fare volontariato.

Ma  se si abusa della televisione o dello stesso computer, è come con l'alcol e le sigarette: non si è credibili.

Essere vicini ai figli, specie i più piccoli, nell'uso degli strumenti significa poter valutare insieme criticamente ciò che si guarda in tv o s'incontra in rete: smitizzare, toccare spesso il tasto dell'ironia, mostrare la diversità di opinioni come legittimo confronto di idee ma anche come strategia per non credere ciecamente in qualcuno senza porsi domande... insomma la rete che presenta tutto e il contrario di tutto, così come il numero enorme di emittenti televisive, possono essere occasioni per allenare un apprendimento critico, la presa di distanza, la formazione di proprie convinzioni, la non passività di fronte a questi strumenti.

Ma molto più utile sarebbe, a nostro avviso, sviluppare anche in tale àmbito programmi di peer education: gli adolescenti ascolteranno molto più volentieri la parola dei coetanei che spiegano loro perché è bello e apprezzato non rincitrullirsi davanti a uno schermo e a una tastiera, compresi quelli formato micro del telefonino.

 

 

 
 

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L'AMORE È UN'ALTRA COSA

La difficoltà nell'individuazione della condizione patologica  delle "donne che amano troppo"  risiede anche nei modelli di amore che una persona affettivamente dipendente conserva nella propria memoria e che fanno ritenere determinati abusi e sacrifici di sé come "normali" in nome dell'amore.

Soltanto da pochi anni l'Italia sta interessando clinici e ricercatori che, a diverso titolo, si occupano del fenomeno delle dipendenze, mentre negli Stati Uniti da più di 30 anni sono condotte ricerche su questa tematica.

La dipendenza affettiva che si verifica nelle relazioni di coppia è uno stato nel quale l'essere ricambiati diventa una condizione indispensabile per la propria esistenza, proprio come l'assunzione di droga lo è per il tossicodipendente. La dipendenza verso qualcuno che fa soffrire, tanto che ciò avvenga attraverso maltrattamenti all'interno di una relazione, è patologica. Proprio come avviene a chi sviluppa dipendenza per l'alcol, la droga e il gioco d'azzardo, la persona che è dipendente dal punto di vista affettivo diventa pericolosa per se stessa e per gli altri.

L'Istat ha rilevato che la violenza è opera del marito nel 53% dei casi; dell'ex partner nel 18%; del convivente nel 10%; di uno sconosciuto nel 2%. Appare evidente che tra mariti, ex fidanzati e conviventi ci sia un 81% dei casi di violenza sulle donne ad opera di uomini con cui esse stesse hanno instaurato una qualche relazione intima.

 Molto spesso le tremende storie che la cronaca riporta, etichettandole come "femminicidi", sono in realtà il tragico esito di una   patologica  dipendenza emotiva, che rende   incapaci di vivere senza l'oggetto di dipendenza  tanto da preferirlo morto che con qualcun altro. Infatti,  i cosiddetti "femminicidi" spesso, scaturiscono  da anni di violenze fisiche e psicologiche, nei confronti di donne che spesso appaiono deboli e schiave dei loro carnefici.

 "Non posso stare con te" (per il dolore in seguito a umiliazioni, maltrattamenti, tradimenti) "né senza di te", (per l'angoscia al solo pensiero di perderti). E' questo il paradosso emotivo che caratterizza la relazione tra "vittima" e "carnefice" della dipendenza affettiva.

E' possibile definire la dipendenza affettiva come una forma patologica di amore caratterizzata da una costante assenza di reciprocità all'interno della relazione di coppia, in cui uno dei due (nel 99% dei casi la donna) riveste il ruolo di donatore d'amore a senso unico, e vede nel legame con l'altro, spesso problematico o sfuggente, l'unica ragione della propria esistenza.

Le cause della dipendenza affettiva possono trovarsi proprio nei primi anni di vita di una persona, quando lo sviluppo viene condizionato dal rapporto con i genitori: in questo periodo si forma il sistema che permetterà di gestire gli scambi affettivi e relazionali. Un abbandono da parte dei genitori (o una violenza psicologica o fisica) può compromettere il modo nel quale il bambino vivrà la sua sfera affettiva.

I sintomi più importanti di questo problema sono, solitamente, senso di colpa, gelosia, vergogna, senso di inferiorità e rabbia nei confronti del partner, annullamento di sé, abbassamento dell'autostima e paura di solitudine, cambiamenti, lontananza, abbandono e separazione. La dipendenza si alimenta e si nutre del rifiuto, della svalutazione, dell'umiliazione, del dolore: non si tratta di provare piacere nel vivere tali difficoltà, ma di dare corpo al desiderio di essere in grado di cambiare l'altro, di convincerlo del proprio valore, di salvarlo, riuscendo a farsi amare da chi ama solo se stesso. In realtà, l'equilibrio di coppia si fonda sempre sul dialogo, sul rispetto di sé stessi e sul riconoscimento dell'altro come individuo prima che come partner: se manca uno di questi tre ingredienti occorre ripartire da lì. Il principale problema nella risoluzione delle dipendenze affettive è certamente l'ammissione di avere un problema. 

Ma è ben sottolineare che, sebbene  esistano dei confini estremamente sottili tra ciò che in una coppia è normale e ciò che, nell'abitudine cronica  diviene dipendenza, l'amore è un'altra cosa.

 
 

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ALCOL

La dipendenza dall'alcol è un disagio cronico, caratterizzato da una incontrollabile ricerca ed uso dell'alcol, e da cambiamenti neurochimici e molecolari nel cervello. L'alcol produce anche un grosso aumento della tolleranza e della dipendenza fisica, che porta all'uso compulsivo di alcol. Come chi abusa di droghe che provocano dipendenza, chi abusa di alcol solitamente impiega sempre più tempo ed energie per ottenere ed utilizzare l'alcol. Una volta diventato dipendente, il primo scopo nella vita dell'alcolista diviene cercare ed usare alcol. L'alcol modifica letteralmente il suo cervello.

La dipendenza fisica viene sviluppata con assunzioni elevate di alcol. Con la dipendenza fisica, il corpo si abitua alla presenza di alcol e, se l'uso di alcol si interrompe bruscamente, si presentano sintomi di astinenza. La crisi d'astinenza può giungere dopo poche ore dall'ultima assunzione. I sintomi della crisi d'astinenza comprendono agitazione, dolori ai muscoli ed alle ossa, insonnia, diarrea, vomito, brividi di freddo, pelle d'oca e tremolio alle gambe. I sintomi principali della crisi d'astinenza da alcol raggiungono l'apice dalle 24 alle 48 ore dopo l'ultima assunzione e si riducono dopo circa una settimana. In alcuni casi i sintomi d'astinenza possono persistere per molti mesi. La crisi d'astinenza causata dall'alcol non è mai fatale per gli adulti in buona salute, ma può causare la morte del feto nella donna incinta.

Ad un certo punto durante l'uso continuato di alcol, una persona diventa dipendente dall'alcol stesso. A volte gli alcolisti resistono a numerosi dei sintomi della crisi di astinenza per alcuni giorni per ridurre la tolleranza dall'alcol e potere nuovamente provare l'effetto delle prime volte.

Una volta si credeva che la dipendenza fisica e l'insorgere dei sintomi della crisi d'astinenza fossero il motivo che spingeva una persona a continuare ad usare alcol. Adesso sappiamo che non è esattamente così, dato che desiderio e ricadute possono manifestarsi settimane e mesi dopo che i sintomi della crisi d'astinenza sono spariti. Sappiamo anche che pazienti con dolori cronici che necessitano di alcol (a volte per lunghi periodi) non hanno nessun problema, o ne hanno molto pochi, nell'abbandonare l'alcol dopo che il loro male è guarito. Questo perché il paziente che ha dei dolori sta semplicemente cercando sollievo dal dolore e non il piacere cercato dall'alcolista.

 
 

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ALTRE NUOVE DROGHE

Dai dati di un sondaggio emerge che anche gli adulti sono iper-connessi e non riescono a fare a meno di internet

Il 51% dei ragazzi tra i 15 e i 20 anni ha difficoltà a prendersi una pausa dalle nuove tecnologie tanto da arrivare a controllare in media lo smartphone 75 volte al giorno. Addirittura, il 7% lo fa fino a 110 volte al giorno. È quanto emerge da un recente sondaggio online condotto dall'Associazione Di.Te. (Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, Gap e Cyberbullism) su un campione di 500 persone di età compresa tra i 15 e i 50 anni. 

MAI SENZA LA RETE. Dal sondaggio emerge che i giovani 3.0 non riescono proprio a staccarsi da smartphone e altri device. In particolare, hanno ammesso di non riuscire a prendersi una pausa da questi dispositivi di almeno tre ore nel 79% dei casi. Il bisogno di controllare continuamente lo smartphone magari per chattare non li abbandona neppure di notte.   

Tablet, smartphone, pc e tv digitale: sono solo alcuni degli strumenti che negli ultimi anni hanno spopolato anche fra i più piccoli. I bambini fino a 8 anni passano in media 2 ore davanti a questi schermi, secondo un rapporto americano pubblicato dall'organizzazione no-profit Common Sense Media.

Bimbi e tablet: un binomio possibile? In realtà  i dispositivi digitali potrebbero migliorare alcuni aspetti dell'apprendimento, sempre se utilizzati in aggiunta e non in sostituzione di strumenti tradizionali e con alcune accortezze. Ecco i vantaggi e le istruzioni per i genitori.

Capacità visive. Videogiochi adeguati ai bambini con contenuti molto dinamici possono migliorare le capacità; visuo-spaziali.

Elaborare le informazioni. I contenuti dinamici su tablet e smartphone adeguati all'età del bambino possono favorire la migliore elaborazione dell'informazione visiva. 

DIPENDENTI ANCHE DA GRANDI. Purtroppo anche gli adulti non hanno comportamenti molto diversi. Il 49% degli over 35 non sa stare senza cellulare, verifica se sono arrivate notifiche o messaggi almeno 43 volte al giorno, di cui un 6% arriva a sfiorare le 65 volte, e di stare 3 ore senza buttare un occhio sullo schermo non se ne parla per il 58% di loro.

L'ISOLAMENTO SOCIALE. Dipendenze che possono avere diverse sfaccettature:

Nomofobia, la paura di non avere con sé il cellulare e di non poterlo controllare,

Fomo, ovvero la paura di essere tagliati fuori da qualcosa

Vamping e tutti gli altri fenomeni legati alle web compulsioni che tengono incollate le persone agli strumenti digitali, in particolar modo allo smartphone, e la loro vita di relazione ne risente in modo compromettente.

Rischioso è l'isolamento sociale, quando si arriva all'alienazione fino a diventare Hikikomori, rinchiusi nella propria stanza rifiutando la scuola e ogni contatto che non preveda l'uso mediato del mezzo tecnologico.

L'IDENTITÀ DIVENTA DIGITALE. I giovani 3.0 sono molto più impulsivi, hanno grande difficoltà a gestire la noia, e sono orientati al tutto e subito. Di fatto, stiamo andando verso un'identità digitale e la costruzione della loro personalità avviene anche in base all'uso che fanno della rete.

SMANIA DI CONDIVIDERE. Gli ultimi casi di cronaca hanno dimostrato quanto le nuove tecnologie possano essere lontane dall'empatia, fino a far diventare indifferenti al dolore altrui. "Ha a che fare con il tratto impulsivo di queste sindromi da dipendenza tecnologica: tutto quello che si fa lo si vuole condividere subito. Senza pensare alle conseguenze che ricadranno su di sé e sugli altri, la tecnologia ci permette di vivere tutto in modo mediato, anche la paura o un evento traumatico, e quindi di non viverlo sulla pelle, perché il corpo in questa dimensione non è presente. Non ci sono emozioni in quello spazio virtuale, e nulla è realmente condiviso. È mostrato, punto. Si è centrati sul bisogno immediato: "Voglio pubblicarlo, lo faccio", è un istinto che bisogna assecondare in modo immediato, senza pensare.

FENOMENO HIKIKOMORI. Gli ultimi anni hanno visto una diffusione del fenomeno degli Hikikomori nei paesi europei, compresa l'Italia. Anche se non ci sono dati certi sulla prevalenza del fenomeno nel nostro Paese, secondo alcune stime non ufficiali il numero di giovani coinvolti sarebbe compreso tra i 30.000 e i 50.000.

Gli Hikikomori sono ragazzi e giovani adulti, di età compresa tra i 13 e i 35 anni, che decidono volontariamente di vivere reclusi nelle proprie stanze, evitando qualsiasi tipo di contatto col mondo esterno, familiari inclusi. Si tratta di una sorta di auto-esclusione dalla società odierna, le cui pressioni e richieste vengono percepite come insostenibili.

I CAMPANELLI D'ALLARME. Ma i genitori come possono capire se la dipendenza che caratterizza i ragazzi è nella norma o se invece sta diventando patologica? Ci sono alcuni segni caratteristici come l'alterazione del ciclo sonno-veglia, il mutare della condivisione sociale offline, il modificarsi di alcuni tratti caratteriali.

In breve, si potrebbe dire che quando c'è un'alterazione delle abilità relazionali e sociali bisogna fermarsi e interrogarsi su cosa ci sta succedendo.

QUALCHE PROPOSTA. Il primo passo che i genitori dovrebbero fare è semplicemente quello di prendersi il tempo per sedersi accanto ai figli e chiedere loro cosa fanno online. Ma senza giudicarli in anticipo o additarli come nulla facenti; bisogna avvicinarsi a loro con curiosità. La stessa che dovrebbero mettere nel conoscere cosa fanno quando non sono in casa, insieme agli amici o a scuola, per esempio. Inoltre, dovrebbero stabilire un momento detox dalle nuove tecnologie condiviso da tutti i membri della famiglia. Potrebbe trattarsi di tre ore senza cellulare dove si gioca, si ricorre a strategie creative e si fanno lavori manuali, si va dai nonni e si raccolgono informazioni per la creazione di un foto-racconto. Insomma, un momento in cui si abbandona il touch e si torna al contatto. Così mentre prima ai figli si chiedeva com'era andata a scuola, oggi la domanda potrebbe essere: "Com'è andata la tua giornata online?".