APPROFONDIMENTI

NUOVE DROGHE E VECCHI VIZI

di Maria Luisa Giannattasio

Nella lista dei vizi capitali (tutti costituiti -chissà perché- da termini femminili), il suo nome scivolava inosservato, senza attirare né la nostra attenzione né tantomeno la nostra curiosità; da bambini, quando eravamo presi solo dalla lieve ansia del dover memorizzare,ai fini dell'esamino finale, determinate elementari nozioni.Ma quella parola era l'unica che suscitava in noi piccoli una certa perplessità e forse una leggera, ma passeggera, inquietudine, nella breve e remota stagione del Catechismo. Era l'accidia.

Accidia. Per qualche anno, confortati dall'aver raggiunto il traguardo della prima Comunione (carico di vanità ma anche pieno di gioia) dimenticammo quasi quel vocabolo inusitato, per poi talvolta ritrovarlo e saccentemente archiviarlo tra i peccati che … no, proprio non ci sembrava di aver commesso!

Col passar del tempo, in verità, non so quanti di noi si siano più preoccupati di approfondire quella domanda di significato e l'equivoco è continuato, inducendoci a confondere questa tentazione sconosciuta con la  (più innocua) pigrizia che, tutto sommato, non ci sembrava niente di grave…

E oggi, ci ritroviamo a sorprenderci nella lettura o nell'ascolto delle cronache quotidiane che ci narrano, ad esempio, di "bande di adolescenti" che per trascorrere una serata in compagnia organizzano spedizioni aggressive contro automobili di passaggio o che dedicano le loro serate al consumo irresponsabile di alcol e pasticche: le cosiddette "nuove droghe". Allora sospettiamo all'improvviso che, sì, davvero queste possano essere alcune delle tante, e anche estreme conseguenze di quello che tra i vizi capitali ci era sembrato il più vago e inoffensivo.

 

Ma quand'è che l'accidia  si è insinuata senza rumore nella vita di ciascuno di noi, senza che ne abbiamo avvertito la carica di pericolosità, coperta com'è dalle sembianze della noia  o dalla maschera della fatica esistenziale? Forse è successo quando - e a chi non è capitato?- ci siamo rifugiati in una sorta di mondo parallelo, in un altrove comodo ed evanescente, non essendo capaci di stabilire un obiettivo concreto incentrato sulla cura di noi stessi e degli altri. O quando abbiamo fatto in modo che ogni soddisfazione decadesse in una nuova ricerca impossibile di felicità, circuiti dal miraggio seduttivo della pubblicità. O forse quando non siamo riusciti ad interessarci, ad appassionarci alle piccole e grandi cose che riempivano la vita e ci siamo ostinati a non dare il giusto valore al nostro lavoro, ai nostri compiti quotidiani, interiormente convinti di "non potercela fare". Una convinzione che ci ha ingabbiati, a ben guardare, in una sorta di prigione invisibile, in cui non siamo riusciti a fare bene  e a fare il bene, e le cui sbarre hanno lasciato filtrare soltanto le nostre ripetute lamentele.

 

"Vietato lamentarsi"- recita un cartello che qualche mese fa Papa Francesco ha reso noto per averlo affisso davanti ad uno dei suoi studi dopo che un noto psicologo gliene aveva fatto dono… ed è forse proprio da lì, dalla incapacità di liberarci del nostro vittimismo ricorrente, che parte, e rischia di crescere pericolosamente, la nostra inerzia, il nostro male di vivere.

In tal modo, la nostra vita perde sapore, la nostra disistima aumenta, contagia la nostra anima e se pure non scegliamo di compiere il male, tuttavia ci fermiamo colpevolmente sul bene minore, ignorando il più grande. Malati di disinteresse, o di indifferenza, preferiamo ingigantire i nostri limiti, pensando che… non ne vale la pena, e sfuggiamo alle nostre responsabilità. Peccare infatti può anche voler dire non compiere tutto il buono di cui siamo capaci.

Cosi, ogni cosa che richiede impegno, sforzo, concentrazione, viene tenuta fuori dalla nostra portata, e i giorni cominciano a riempirsi delle cose più spicciole e futili: non di conoscenza, che richiede sforzo e concentrazione, ma di semplici curiosità; non di operosità, ma di insulsi passatempi o di vacui intrattenimenti che minano intelligenza e creatività.

 

In questa scena priva di entusiasmo e di colore, somigliamo a volte a chi deve da piccolo imparare ad attraversare la strada, ed esitiamo in un'incertezza perenne, che ci impedisce di scegliere e di rischiare. Una sorta di sciatta trascuratezza del cuore, alimentata da mille paure, ci rende superficiali al punto di non pretendere più nulla da noi stessi, se non la pochezza di piaceri fugaci e inappaganti,  e finiamo col perdere tutti i nostri sogni. In assenza di traguardi positivi e significativi, ci consumiamo al ribasso,al pensiero delle occasioni sprecate, dei "treni" persi per colpa di qualcosa o di qualcuno.

Eppure -questo sì che vale la pena ricordarlo-  siamo noi a costruire la nostra storia! E i nostri punti deboli non coincidono necessariamente con la nostra disfatta, ma possono essere occasioni di crescita, nel cammino della vita, e diventare risorsa per noi stessi e per gli altri.

 Con i nostri limiti, le nostre cadute, in ciò che resta ancora del nostro tempo prezioso, infatti, abbiamo qui, tra le nostre mani, ancora tanti dei nostri talenti che non possiamo, non dobbiamo sprecare.